CSP27 – Se ti sacrifichi per sentirti buono, sei schiavo

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CSP27 – Se ti sacrifichi per sentirti buono, sei schiavo.

Il sacrificio non deve essere compensativo di un senso di colpa interiore, altrimenti è sul senso di colpa che è necessario lavorare.

La parola sacrifico deriva dal latino e significa rendere sacro. Il sacrificio viene dal cuore quando, ad esempio, studiamo una materia che ci trasforma interiormente, ci rende sacri.

Se invece, al contrario, il nostro sacrificio è dettato da volontà esterne, “lo devo fare perché mi è stato imposto (dalla famiglia, dalla società, dalle mie convinzioni)”, questo peso grava sulla coscienza e la mortifica.

La differenza tra la rassegnazione e l’accoglienza, è una questione di vibrazione. La rassegnazione viene dal basso.

In questo atteggiamento, la persona sente di non avere scelta, di “dover accettare a tutti i costi” ciò che vive. Questa non è accettazione, ma rassegnazione.

La vera accettazione, invece, viene dall’alto, dalla comprensione intima del cuore che si è scelto questo percorso a livello animico e quindi, si accetta quella della responsabilità che ha un significato superiore.

Se invece “sopportiamo” la vita e i suoi accadimenti e non ne traiamo lezione, siamo schiavi degli accadimenti stessi.

Alla rassegnazione spesso si sovrappone il desiderio di compensare un disvalore percepito interiormente.

Dentro di noi c’è un livello di attrazione e generazione della realtà, che è quello del disvalore, che non vogliamo vedere, a cui si sovrappone un altro livello di realtà che è quello della compensazione: non valgo e devo farmi valere per rimediare questo disvalore.

Allora come si rimedia a queste dimensioni? Lavorando interiormente all’assunzione di responsabilità nei confronti delle nostre vite e nel trasformare quelle radici di disvalore che percepiamo.

Perché tutti siamo meritevoli, sulla carta, ma non tutti siamo sacri. Allora rendersi sacri, significa incarnare l’amore nelle nostre vite.

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